Perché uno più uno non sia uguale a zero
Riprendiamo un'Opinione di Ina Piattini, membro del comitato di Idea Liberale, pubblicato sul Corriere del Ticino
Perché uno più uno non sia uguale a zero
In Ticino ci sono problemi riconosciuti dalla stragrande maggioranza dei Ticinesi. La disoccupazione che colpisce anche molti giovani, la concorrenza dei frontalieri che sottrae posti di lavoro ai residenti, gli asilanti e i sedicenti rifugiati politici, la sicurezza, il franco forte con conseguente estrema concorrenza da parte di negozi, commercianti e artigiani italiani, i rapporti tesi con la vicina Repubblica, la difesa della nostra piazza finanziaria (migliaia di posti di lavoro), il prospettato isolamento del nostro cantone dal resto della Svizzera per tre anni. Problemi che tutti vorremmo risolvere. Peccato che, partendo da visioni diverse, le medicine siano spesso contrastanti a un punto tale che o non producono alcun effetto, o arrischiano di diventare veri e propri veleni.
Un frontaliere che in Ticino percepisce un salario di 4'000 franchi, costa al suo datore di lavoro ca. 5'000 franchi; in Italia costerebbe più del doppio, diciamo 10 o 11'000 franchi. Io, di destra, ritengo che se in Italia venisse introdotta una tassa sui patrimoni (che colpirebbe “i ricchi”) e nel contempo si rendesse fiscalmente meno oneroso il costo del lavoro, vale a dire il costo di chi produce e crea posti di lavoro, sarebbe cosa buona per il paese. Un provvedimento “di sinistra”, che stranamente in Italia neppure la sinistra vuole. E’ un problema italiano, ma che ci tocca indirettamente. Un minor costo del lavoro in Italia e quindi le prospettive di un salario migliore senza dover fare il pendolare ed un minor fuggifuggi di aziende italiane dal loro paese, ridurrebbe la pressione sul nostro mercato del lavoro.
In Ticino occorre abbassare l’onere fiscale per evitare che i grossi contribuenti fuggano e con loro fugga anche chi ha aperto aziende e industrie creando posti di lavoro. Un pensiero di destra che dovrebbe venir compreso anche da chi, da sinistra, rivendica posti di lavoro avendo ben poca dimestichezza con la creazione degli stessi, a meno che non si tratti di posti a carico dalla collettività.
Queste due considerazioni, forse un po’ semplicistiche, ma inconfutabili, per dire che agire nell’interesse del proprio paese non è una questione né di destra né di sinistra: si tratta innanzitutto di volerne risolvere i problemi. Ovviamente occorre mettersi d’accordo su quali sono i problemi. Se si trattasse di andare a Berna a difendere, come dal proclama di “Incontro democratico”, il primato della scuola pubblica (chi l’ha mai contestato), la laicità dello Stato, (e chi l’ha mai messa in dubbio), la visione di una società aperta (entrata in Europa?) allora a Berna bisognerebbe inviare qualcuno che i problemi reali del paese non li abbia molto a cuore, o comunque molto meno delle sue ambizioni politiche. Per inciso, del trasformismo di chi, dopo aver alzato il pugno (pur non essendo su un ring), auspicato la fine del capitalismo, essersi dichiarato amico di Castro e di Chavez, ora si propone quale esponente del centro (sic!) sinistra, giudichi l’elettore.
Se invece si è d’accordo che ben altri sono i problemi che oggi interessano i Ticinesi e che l’elenco fatto all’inizio è condivisibile; in altre parole, se si ritiene prioritaria la promozione dell’economia e della qualità di vita del nostro cantone, ovviamente senza comprometterne il grado di socialità, allora mandare agli Stati Sergio Morisoli e Filippo Lombardi non è una questione né di destra né di sinistra, ma volere che a Berna le nostre ragioni vengano portate avanti senza dissonanze e senza stonature, in modo convinto e convincente.
Ultimo aggiornamento ( Domenica 13 Novembre 2011 22:42 )

